Non aprite quella porta
net travels 37 Comments »Avevo compiuto diciotto anni da poco quando decisi di partire da solo per Londra, potete vedere che pivellino che ero. Andai e basta. Non me ne sono mai pentito, è stata una bellissima esperienza.

Lei si chiama (ehm, penso sia ancora viva ma non ci giurerei) Tracy, il suo convivente (sulla sua sopravvivenza ho qualche dubbio in più) non ricordo affatto come si chiamasse, suo figlio (potrebbe essere lui l’assassino, di lui non ho foto per fortuna) neanche, e sua figlia si chiama Pebbles (si potrebbe fare un post a parte su di lei). Si, Pebbles come quella dei Flintstones. Tracy era fissata con i Flintstones. Poster dappertutto. Insieme a quelli di Dennis Wise (allora giocatore del Chelsea). Ah, quello all’estrema sinistra sono io, in assetto da partenza con marsupio d’ordinanza (chissà cosa conteneva, e dire che io non uso mai marsupi, li ho sempre odiati. Ma se quella volta ce l’avevo vuol dire che non potevo farne a meno. Tra l’altro avevo indosso i vestiti di quando ero partito, potete infatti notare lo stato delle cose)… Era l’ultimo giorno, appena prima di partire, 6 agosto 2000.
Finite le presentazioni, cominciamo dall’inizio…
Con Tracy le cose furono chiare fin da subito. Ci venne a prendere con la sua Opel cabrio e ci diede lezioni di guida aggressiva per le strade inglesi; così capimmo come guidano gli inglesi. Ci fece vedere in 10 secondi netti la strada da fare per arrivare a prendere l’autobus e poi la metro. Sapete che successe la sera? Ovviamente ci perdemmo, ma lo racconterò dopo. Appena entrati in casa, Jazz venne a darmi il benvenuto cercando di addentarmi. Riuscii ad evitarlo con uno scatto felino. Una volta entrati, capimmo seriamente come stavano le cose: insieme a noi rientrò l’hooligan (si, era un hooligan, lo scoprimmo subito) con una cassa di birra da 66cl, 24 bottiglie di Bud. Tracy disse subito che a lei non piaceva la birra, poi scoprimmo il perchè: beveva solo superalcolici (si scolò una bottiglia di limoncello portata da uno di noi in dieci minuti, come aperitivo, ma la sua passione era il whiskey), ma in quantità industriali. In compenso la birra il tipetto se la ciucciava in una sola serata. Ogni mattina quando uscivo potevo constatare la presenza della cassa vuota davanti la porta. Tracy ci disse, visto che era la prima sera, di tornare entro mezzanotte, e dalla sera dopo ci avrebbe dato le chiavi di casa. Noi uscimmo tranquilli, ma la lezione di viabilità di quella pazza servì a poco. All’andata tutto ok, ma poi al ritorno chi cazzo si ricordava la fermata giusta? Scendemmo a quella sbagliata e ci perdemmo, e come d’incanto arrivò la solerte polizia. Chefatedoveandatechisietedadovevenite? Ahitaliani, c’era d’aspettarselo, orafilateacasaoviarrestiamoquisiamoininghilterra, cercatedifilaredritto. Con la coda tra le gambe, ci facemmo indicare la via giusta e tornammo in ritardo di ben mezz’ora. Tracy tuttavia la prese bene, e ci diede le chiavi. Questo fu l’arrivo in trincea. Quella stessa sera conoscemmo questo tipo che vedete in foto, il barista del primo pub in cui misi piede e che poi diventò il mio luogo preferito. Malfamato al punto giusto, ma pieno di simpaticoni ubriachi. Anche col barista diventammo amiconi, a suon di corna e diti medi. Pare che si divertissero così, e io mi adeguai.

Quando, alle 6.30, era pronta la colazione, Tracy mandava Pebbles a chiamarci. Boyyyssss, breakfast!!! Guiseppi, other Guiseppi, Sergio and the boy who’s afraid of dog (che ero io). Tutte le mattine questa filastrocca. Pebbles imparò finalmente il mio nome solo una sera in cui stavo poco bene, poco prima di andare via, perchè passammo tutta la serata insieme. Mi raccontò tutta la vita di tutti i personaggi che ci ospitavano. Un delirio.
Notai subito che c’era una stanza col lucchetto (da qui il titolo del post) di fianco alla nostra. Scoprii qualche giorno dopo che si trattava dell’antro del potenziale killer, che vidi solo giorni dopo essere arrivato. Un personaggio misterioso, ma io dovevo saperne di più. Così cominciai ad indagare, e scoprii che era uno studente modello e l’orgoglio della famiglia… Ma non mi bastava, dovevo entrare in quella stanza: purtroppo però era sempre chiusa con quel dannato lucchetto. I dialoghi con lui si limitavano a "bye", "hi", "see later": un tipo molto socievole. Però un giorno commise un errore, scese in salotto lasciando la porta semichiusa. A-ha! Entrai di soppiatto e vidi che quella stanza non aveva niente a che vedere col resto della polverosissima casa. Un concentrato di tecnologia, di arte e di… Calcio. Tifosissimo del Liverpool, in aperto contrasto con il resto della famiglia. Ci credo che teneva il lucchetto, era lui a rischiare la vita. Io mi aspettavo chissà quali resti umani messi in dei vasetti… Mah, rimasi anche un po’ deluso.
L’hooligan era invece un tipo alla mano, direi il più normale della famiglia. Ed ho detto tutto. Una volta ha persino risposto ad una domanda. L’unica volta che ho visto Tracy veramente interessata a quello che facevamo è stato quando uno che era con me si era fatto il piercing al labbro. Lei ce l’aveva alla lingua, così gli diede un paio di suggerimenti.
Un giorno pensai: i vicini saranno "normali"… Ma quando conobbi il tizio della porta accanto, pensai di essere stato fortunato a non abitare lì. Forse quella casa non aveva mai visto uno straccio per la polvere, e soprattutto non aveva mai visto un essere umano. Perchè quel tipo non era umano. Vi dico solo che da quel giorno lo evitai come la peste.
Quando entrai nel Jack Stam’s Pub per la prima volta mi sentii subito gli occhi dei clienti e del barista addosso. Avevano fiutato lo straniero. Io mi sentivo perfettamente a mio agio, per contro. Bastava assecondarli. Un tizio mi propose di giocarci una birra a biliardo. Io dissi di si, e cominciò a giocare lui: non feci nemmeno un tiro, imbucò le palle una dietro l’altra. Notevole anche quella sera in cui giocavano a rugby fuori dal locale, con una palla umana. Ma il bello è che rideva anche la palla. Il migliore era il nonnetto che diceva di aver lavorato alla Lamborghini qui in Italia. Peccato che non parlasse una parola di italiano, quindi mi venne qualche dubbio in proposito.
Feci amicizia un po’ con tutti, ed alla fine mi trovavo bene anche con Tracy & company. Mi lasciava libero di fare tutto ciò che volevo, tranne una cosa su cui era stata molto categorica: never want to see italian girls in my house, ’cause italian girls are all bitches. Io non me la sentii di contraddirla, e non contravvenni alle sue avvertenze (potete notare che braccio che si ritrovava).
Dei momenti mangerecci ho già parlato in precedenti posts, quindi sorvolo. Un giorno tornai a casa ad un orario strano, e sentii una discussione molto colorita tra Tracy e consorte. Quella volta imparai molte parole inglesi, e di certo non le più romantiche. Poi iniziai a sentire cose che sbattevano per terra, ma in seguito scoprii che non era come credevo: era Tracy che picchiava selvaggiamente il malcapitato. Lei se la cavò con un piccolo livido, lui non lo vidi quasi per quattro giorni. E quando tornò non era messo proprio bene bene. Ma quando sentii "Mooom, the boy who’s afraid of dog is upstairs!" mi venne una scagazza addosso che voi non immaginate. Era quella stronzetta che mi aveva visto entrare ad aver fatto la spia. Io decisi di svignarmela, e passai noncurante davanti ad una Tracy incazzatissima che mi guardava in cagnesco. Per fortuna filò tutto liscio, altrimenti mi sarei beccato la mia bella dose di mazzate.
Certo che se venisse a sapere di quante copie abbiamo fatto delle sue chiavi… Ci intimò di usare solo quella che ci aveva dato lei, invece ne tenevamo una in bella vista in giardino per quando tornavamo a casa separati, e altre due ce le scambiavamo tra di noi. Poi le facemmo sparire con arte, chissà se hanno subito qualche furto da allora…
Una delle ultime sere presi la paura più grossa: noi eravamo in quattro, ormai a casa, quando una macchina ci tagliò la strada, il guidatore tirò il freno a mano e si mise di traverso davanti a noi. Noi, all’unisono: "Cazzo". Scese un energumeno molto ubriaco che ci domandò "do you know Gianluca Vialli?" per diverse volte, fino a quando presi coraggio e dissi -mentendo- che non lo conoscevo. Lui non poteva prendere pace, diceva che era impossibile essere italiani e non conoscere Vialli. Poi lasciò perdere, e sgommò via con la sua golf scassata. Pensate un po’ ai problemi degli inglesi: non conoscere Vialli era grave.
Da tenere a mente anche uno dei tutor, un tal Vito. Vito doveva badare a noi durante le uscite serali, insieme a Tiziana. Ma quando capirono che avevamo formato un gruppetto dei più grandicelli, iniziarono a fare baldoria come e più di noi studenti. Erano uno spettacolo, mi facevano morire dalle risate. Una sera Vito disse che non si sentiva bene, e che sarebbe rimasto a casa… Ihih, lo sorprendemmo nei pressi di Covent Garden con la bella professoressa del nostro corso di inglese, Hellen. Al nostro "Eh lupo!" Hellen (che capiva l’italiano) lo piantò in asso. Ancora mi viene da ridere al pensiero. Lui si incazzò terribilmente, ma questo è un dettaglio trascurabile.
Da ricordare anche quando un mio coinquilino cadde dalle scale mobili della fermata di Baker Street, facendosi 30 metri di scale tutte in ginocchio. Si vergognava così tanto di essere caduto che iniziò a bestemmiare in inglese almeno per non far capire di essere italiano. Ve la immaginate una stazione della Tube piena di gente che deride una persona? Ecco, c’era proprio quel quadretto. Una volta mi cadde un pezzettino di ferro dalle mani all’ultimo gradino della scala, sempre a Baker Street (eravamo sempre lì perchè c’era il college in cui studiavamo): quella diavoleria andò proprio ad infilarsi tra i denti della scala, così si bloccò tutto e qualche persona in coda prese un bel capitombolo a causa dello strattone. Poi non so più niente perchè quando capii che gli altri avevano capito di chi era la colpa me la diedi a gambe. Istinto di sopravvivenza. O fifa, come preferite. Per fortuna che c’era la regola dello stand on the right e la mania delle code, quindi la mia uscita fu velocissima trovando il campo libero.
Me ne capitarono di tutti i colori (purtroppo non posso raccontare tutto), ma mi divertii come un matto.
Uhm, ok, vi racconto perchè in quella foto ero stralunato… Si, lo so, non ero messo bene nemmeno in quella col barista, ma lì ho la scusante dell’alcool. La notte prima di partire non la passammo in casa, in realtà tornammo poco prima di farci accompagnare all’autobus per l’aeroporto. Dormimmo in un parco, tutti insieme, vicino all’Hotel Ritz. Solo ora mi rendo conto che non mi ero nemmeno ficcato bene la camicia nei pantaloni, ihihih…
Ah, le foto si autodistruggerano tra un po’ di tempo, non vorrei che Tracy le vedesse e mi venisse a picchiare qui. Sapete com’è, c’è questa privacy e cerchiamo di far finta di rispettarla.




