Oggi voglio parlare di uno dei casi più controversi della storia italiana moderna: la vita e la scomparsa di Ettore Majorana, illustre scienziato.
Prima di tutto qualche cenno sulla sua vita…
Ettore Majorana nacque nel 1906 a Catania, ultimo di cinque fratelli. Senza dubbio veniva da una famiglia di menti eccellenti. Suo padre si laureò in Ingegneria a soli 19 anni e poi anche in Scienze fisiche e matematiche. Il quale era a sua volta ultimo di cinque fratelli, di cui uno giurista e deputato, uno statista, uno fisico e uno giurista e rettore universitario. Perfino suo nonno aveva due lauree (le stesse del padre) e fu professore di fisica sperimentale al Politecnico di Torino e quindi all’Ateneo di Bologna; fu anche socio dell’Accademia dei Lincei e presidente della società italiana di Fisica, e scoprì la birifrangenza magnetica. I fratelli di Ettore non erano da meno.
Ettore rivelò da subito una certa attitudine per la matematica, svolgendo a memoria calcoli molto complicati a soli 5 anni. Conseguì nel 1923 la maturità classica. Si iscrisse poi alla facoltà di Ingegneria, per seguire le orme della famiglia. Tra i compagni di corso c’era anche un certo Emilio Segrè, che sarà un elemento importante nella vita di Majorana.
Il Segrè, al quarto anno di studi, decise di passare alla facoltà di Fisica: un ruolo importante in questa scelta lo ebbero anche gli incontri con Franco Rasetti ed Enrico Fermi, nominato, appena 26enne, professore ordinario di Fisica Teorica all’Università di Roma.
Segrè riuscì a convincere anche Majorana a passare a Fisica, ma questi si convinse pienamente solo dopo un colloquio con Fermi, che andò più o meno così…
Fermi lavorava allora al modello statistico dell’atomo che prese in seguito il nome di Thomas-Fermi. Il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso all’Istituto e Fermi espose rapidamente le linee generali del modello, mostrò a Majorana gli estratti dei suoi recenti lavori sull’argomento e, in particolare, la tabella in cui erano raccolti i valori numerici del cosiddetto potenziale universale di Fermi. Majorana ascoltò con interesse e, dopo aver chiesto qualche chiarimento, se ne andò senza manifestare i suoi pensieri e le sue intenzioni. Il giorno dopo, nella tarda mattinata, si presentò di nuovo all’Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posto sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta un’analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattro ore. Confrontò le due tabelle e, constatato che erano in pieno accordo fra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene e, uscito dallo studio, se ne andò dall’Istituto.
Tutto il genio di Ettore si rivelò a Fermi: in sole 24 ore rifece tutti i suoi calcoli per verificare che il suo futuro capo li avesse fatti bene. Da quel momento Majorana iniziò a frequentare la famosa "Scuola di Via Panisperna", fucina di tutte le maggiori menti italiane dell’epoca; il gruppo dei "Ragazzi di via Panisperna", quel gruppo di geni che ha fatto la storia della fisica italiana.
Stette per un periodo di tempo in Germania ed in Danimarca, dove conobbe scienziati del calibro di Werner Heisenberg e di Niels Bohr, con i quali collaborò a migliorare le loro teorie.
Sotto la guida di Enrico Fermi si occupò di spettroscopia atomica e successivamente di fisica nucleare.
Le più importanti ricerche di Ettore Majorana riguardarono una teoria sulle forze che assicurano stabilità al nucleo atomico: egli per primo avanzò l’ipotesi secondo la quale protoni e neutroni, unici componenti del nucleo atomico, interagiscono grazie a forze di scambio.
La teoria è tuttavia nota con il nome del fisico tedesco Werner Heisenberg che giunse autonomamente agli stessi risultati e li diede alle stampe prima di Majorana.
Nel campo delle particelle elementari Majorana formulò una teoria che ipotizzava l’esistenza di particelle dotate di spin arbitrario, individuate sperimentalmente solo molti anni più tardi.
Un genio assoluto. Ecco quello che pensava di lui Enrico Fermi:
«Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango, che fanno del loro meglio ma non vanno lontano. C’è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentale per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso.»
Quando tornò dalla Germania, qualcosa cambiò nel suo già strano carattere. Ecco come lo descrive Laura Fermi in quel periodo:
Majorana aveva però un carattere strano: era eccessivamente timido e chiuso in sé. La mattina, nell’andare in tram all’Istituto, si metteva a pensare con la fronte accigliata. Gli veniva in mente una idea nuova, o la soluzione di un problema difficile, o la spiegazione di certi risultati sperimentali che erano sembrati incomprensibili: si frugava le tasche, ne estraeva una matita e un pacchetto di sigarette su cui scarabocchiava formule complicate. Sceso dal tram se ne andava tutto assorto, col capo chino e un gran ciuffo di capelli neri e scarruffati spioventi sugli occhi. Arrivato all’Istituto cercava di Fermi o di Rasetti e, pacchetto di sigarette alla mano, spiegava la sua idea.
Majorana aveva continuato a frequentare l’Istituto di Roma e a lavorarvi saltuariamente, nel suo modo peculiare, finché nel 1933 era andato per qualche mese in Germania. Al ritorno non riprese il suo posto nella vita dell’Istituto; anzi, non volle più farsi vedere nemmeno dai vecchi compagni. Sul turbamento del suo carattere dovette certamente influire un fatto tragico che aveva colpito la famiglia Majorana. Un bimbo in fasce, cugino di Ettore, era morto bruciato nella culla, che aveva preso fuoco inspiegabilmente. Si parlò di delitto. Fu accusato uno zio del piccino e di Ettore. Quest’ultimo si assunse la responsabilità di provare l’innocenza dello zio. Con grande risolutezza si occupò personalmente del processo, trattò con gli avvocati, curò i particolari. Lo zio fu assolto; ma lo sforzo, la preoccupazione continua, le emozioni del processo non potevano non lasciare effetti duraturi in una persona sensitiva quale era Ettore.
Nel 1937 Majorana fu nominato professore di Fisica Teorica all’Università di Napoli, dove fece amicizia con il professor Antonio Carrelli.
E qui ha inizio il mistero.
Il 25 marzo 1938 Majorana partì da Napoli per Palermo, in piroscafo, invitato dai suoi amici e colleghi a prendersi un periodo di riposo.
Prima di partire, scrisse a Carelli la seguente lettera:
Caro Carrelli, Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma soprattutto per aver deluso tutta la fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi… Ti prego anche di ricordarmi a coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo Istituto…; dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo.
Alla famiglia, invece, scrisse:
Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.
Il 26 marzo Carrelli ricevette da Majorana un telegramma in cui gli diceva di non preoccuparsi di quanto scritto nella lettera che gli aveva precedentemente inviato.
Lo stesso giorno fu scritta e spedita anche questa ultima lettera:
Caro Carrelli,
Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando con questo stesso foglio. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.
Ma Ettore non comparve più.
Da qui iniziò il buio più profondo. Ci furono molte ricerche, lo stesso Fermi fece pressioni su Mussolini per dare una svolta alle indagini per il suo ritrovamento. Gli ultimi che l’avevano visto, giurarono che fosse sul piroscafo Palermo-Napoli il 27 marzo, e lo videro nei dintorni di Capri. Qualcuno disse poi di averlo visto passeggiare per le strade della città, ma non fu mai provata comunque la sua discesa a Napoli, e non fu ritrovato neanche in mare.
Le ipotesi sulla sua fine sono molteplici: si parla di suicidio, di fuga all’estero, di reclusione in un monastero.
Una sola cosa si sa con certezza: Majorana prelevò un’ingente somma di denaro dal suo conto, prima di sparire; questo allontana, a mio avviso, l’ipotesi di suicidio.
Un’ipotesi invece molto affascinante è quella che avrebbe voluto Majorana a Mazara del Vallo, in Sicilia, a condurre una vita da barbone sotto il falso nome di Tommaso Lipari. Questo signore aveva delle incredibili conoscenze matematiche e scientifiche, cosa non molto comune all’epoca (e neanche adesso). Come hobby risolveva i compiti dei ragazzi del posto.
Aveva poi una cicatrice sulla mano destra (come Ettore) e un bastone con incisa la data del 5 agosto 1906, data di nascita di Majorana.
La soluzione più fondata è che Majorana abbia deciso di scomparire, anche se non si sa dove e soprattutto perché. Si può ipotizzare che l’ambiente di Napoli gli stesse stretto.
Per quanto a quell’ambiente si debba essere grati, perché al suo soggiorno napoletano dobbiamo i Volumetti (custoditi presso la Domus galileiana), tuttavia Majorana ancora una volta si trovò lì soltanto come un solitario, e per di più incompreso, (non un isolato) e non era nemmeno portato per l’insegnamento.
Per lui, ricercatore puro, la burocrazia universitaria fatta di registri, presenze, permessi, etc. con cui si era scontrato, era un mondo intollerabile e comunque non adatto a lui.
Sulla scomparsa di Majorana, e sulla via dallo stesso seguita dopo di questa sono possibili soltanto illazioni, non essendoci alcun fatto documentale sicuro: anche la pista argentina, la più ricca di testimonianze, non è suffragata completamente. Certamente i soldi ritirati in banca non erano sufficienti a vivere di rendita. Solo la via monastica potrebbe giustificare la mancanza del bisogno di risorse.