In questi giorni si fa un gran parlare sul fatto del concedere o meno la cittadinanza italiana agli immigrati regolari.

Si parla di rendere cittadini italiani tutti quegli immigrati regolari con un lavoro e contribuenti per il fisco dopo cinque anni di permanenza nel nostro Paese. Gli schieramenti politici sono in totale disaccordo, anche internamente ai partiti stessi. In effetti l’argomento è delicato. Chiunque abbia studiato un po’ di storia, sa che nell’Antica Roma la cittadinanza era una cosa molto ambita tra le colonie. Lo è ancora, poichè essere cittadino di uno Stato implica molti privilegi, come il poter partecipare alla vita politica attiva, ad esempio.

Il discorso riguarda oltre 3 milioni e mezzo di persone, circa il 5% della popolazione attuale del nostro Paese. Quindi non è affatto una cosa secondaria, bisogna pensarci bene prima di prendere qualsiasi decisione.

Io ho la mia opinione, ovviamente del tutto personale: non credo che sia molto "giusto" dare la cittadinanza dopo soli cinque anni. Ovviamente rabbrividisco quando sento alcuni dire che gli immigrati dovrebbero starsene a casa propria, nel luogo da dove provengono. Tuttavia, per integrarsi completamente ci vuole del tempo, e l’italiano è una lingua difficile. Bisogna conoscere tutte le leggi vigenti, lo standard di vita, il modo di lavorare, e molte altre cose che per chi ci nasce sono scontate. Per chi viene da fuori, queste cose non sono per niente ovvie. Tutti gli immigrati incontrano difficoltà ad ambientarsi, ne conosco molti. Chi più, chi meno. Potrei citare alcune famiglie bulgare che si sono trasferite per lavoro qui al mio paese: lavorano, pagano le tasse, cominciano a fare amicizia con la gente del posto; ma non sono ancora integrati, dopo più di due anni, perchè fanno fatica a capire certe leggi e un certo modo di vivere che non è il loro, per non parlare delle difficoltà di espressione.
Io dico che si debba aspettare per concedere la cittadinanza, ci vogliono più di cinque anni. Bisogna dare più tempo: allo Stato, e agli immigrati.

Si potrebbe invece fare un’altra cosa: dare il diritto di voto nel Comune di residenza. Questo sarebbe giusto a mio avviso, perchè in quel Comune ci vivono anche loro, e come tutti gli altri pagano le tasse: quindi hanno il diritto di scegliere le persone che li governano. Il discorso si potrebbe allargare anche alle altre consultazioni elettorali, ma con calma. Cominciamo a piccoli passi, ne trarremo tutti vantaggio. Loro si sentiranno più partecipi alla vita dello Stato, ed avranno anche più piacere ad integrarsi. Però non facciamo l’errore di dargli in mano strumenti che non sanno amministrare, strumenti che non hanno mai usato nei loro Paesi di origine. Ci vuole tempo e pazienza per capire come funziona uno Stato democratico.

Ho uno zio che vive in Francia da più di 40 anni, ed è tuttora cittadino italiano, pur avendo sempre lavorato onestamente e parlando un francese perfetto. Agli immigrati la Francia ha concesso solo di poter votare per le amministrazioni locali. Nessuno si lamenta, anche dopo decine di anni di duro lavoro per una Nazione che non è la loro. Ma nella sua carta d’identità francese, mio zio ha sempre ben scritto che è un immigrato, e deve ancora rinnovare il permesso di soggiorno. E la Francia ha molta più esperienza di noi in fatto di immigrazione. Forse per ora è meglio seguire strade già percorse, senza anticipare i tempi di una tranquilla integrazione.

Io dico di continuare ad accettare la gente che lavora, e di rendere il più scorrevole possibile l’adattamento alla nostra cultura. Aiutando chi arriva, non caricandolo di responsabilità che magari non è pronto ad assumersi. Io credo che qualcuno voglia dare il diritto di voto a questa gente per il solo scopo di ottenere qualche voto in più alle elezioni. La trovo una cosa vergognosa.